I valori di un progetto d’architettura sono comunemente considerati prerogativa del progettista oppure intrinsecamente connaturati alla materialità degli oggetti e alla loro configurazione spaziale. Il presente contributo mette in dubbio tali prospettive attraverso il ricorso ad alcuni celebri esempi di progettazione, oltre che a casi di studio ordinari osservati direttamente nel corso di una ricerca sul ruolo della narrazione in ambito progettuale. L’assunto da cui parte il contributo consiste nel riconoscere nella lingua, in quanto modalità di strutturazione dell’esperienza umana (Lacan 1974, Ricoeur 1983, Bruner 1990), la capacità di produrre correlazioni tra stati temporali differenti all'interno del progetto d’architettura. Attraverso queste correlazioni, la narrazione progettuale riesce ad attribuire senso all’esperienza passata, presente e futura, lavorando contemporaneamente su tre dimensioni diverse (reale, simbolica e patemica). Ricorrendo al modello proposto da Ferraro (2015) è possibile descrivere questo movimento narrativo che, in ambito progettuale, è prodotto dall’associazione di istanze ed entità (umane e non) con cui il progetto è chiamato a confrontarsi per poter essere sviluppato (Armando & Durbiano 2017). La necessità di aumentare il numero di tali entità ed istanze produce riconfigurazioni nel sistema di relazioni; ciò porta, oltre che a variazioni sul piano della configurazione spaziale, anche ad alterazioni sul piano del senso del progetto. Attraverso relazioni non solo dirette, ma anche differenziali (Saussure 1916, Levy-Strauss 1960), il senso del progetto si configura come un costrutto sociale prodotto dinamicamente in risposta agli stimoli provenienti dall’esterno. In questa prospettiva, i valori richiamati da un progetto non possono più essere concepiti come il prodotto autoriale della visione dell’architetto, né tantomeno possono essere fatti risiedere nella materialità dello spazio costruito. Devono essere invece considerati come il risultato di attente scelte strategiche sul piano comunicativo scaturite dalla definizione di programmi narrativi (Greimas 1966), ossia di realtà soggettive e orientate al futuro in cui eventi, attori ed entità acquistano senso e, con loro, il progetto. Usando i programmi narrativi come dispositivi di interpretazione e codificazione del mondo, l’architetto tenta di superare prove di tipo associativo attraverso cui viene prodotto il senso del progetto con processi semiotici che assegnano arbitrariamente valori simbolici alla materia che il progetto vuole utilizzare o trasformare. Descrivendo tali prove secondo il modello narrativo di Bremond (1977) è possibile osservare come, anche laddove un programma narrativo fallisca nel superamento di una prova, si producano relazioni differenziali capaci di alterare la configurazione del sistema di associazioni e, di conseguenza, anche il senso che viene attribuito al progetto. Tali relazioni partecipano attivamente alla produzione di nuovi programmi narrativi che tentano di superare la prova fallita, o quelle successive. Questo meccanismo è rintracciabile nelle costruzioni narrative più comuni in ambito progettuale che, nella sequenza “difficoltà da risolvere - percorso di soluzione”, ricalcano la costruzione narrativa “topic - focus”. Questa analogia permette di evidenziare una scansione di tre tempi logici: il progetto e il progettista (I) narrano il passato attraverso costrutti linguistici che attribuiscono senso ad una rete di relazioni tra eventi ed entità; (II) descrivono il futuro attraverso costrutti linguistici non argomentabili (le promesse) capaci di produrre quelle che Greimas (1966) chiama narrazioni virtuali, che raccontano come eventi ed entità potrebbero essere connessi assieme; (III) argomentano il presente sulla base della soluzione proposta, definendo un contatto tra gli altri due tempi e tentando di dimostrare la bontà del progetto nel rispondere al problema definito precedentemente, in maniera più o meno arbitraria, dallo stesso progettista. In questi termini il progetto assume i connotati di un oggetto transizionale (Winnicott 1971), ossia di un’entità che esiste nel mondo in maniera oggettiva, ma che al tempo stesso è dotata di un senso che le è attribuito in maniera soggettiva da una collettività più o meno estesa.

Il senso del progetto. Il ruolo della lingua per la produzione di valori nella disciplina architettonica / Cesareo, Federico. - STAMPA. - (In corso di stampa).

Il senso del progetto. Il ruolo della lingua per la produzione di valori nella disciplina architettonica.

Cesareo, Federico
In corso di stampa

Abstract

I valori di un progetto d’architettura sono comunemente considerati prerogativa del progettista oppure intrinsecamente connaturati alla materialità degli oggetti e alla loro configurazione spaziale. Il presente contributo mette in dubbio tali prospettive attraverso il ricorso ad alcuni celebri esempi di progettazione, oltre che a casi di studio ordinari osservati direttamente nel corso di una ricerca sul ruolo della narrazione in ambito progettuale. L’assunto da cui parte il contributo consiste nel riconoscere nella lingua, in quanto modalità di strutturazione dell’esperienza umana (Lacan 1974, Ricoeur 1983, Bruner 1990), la capacità di produrre correlazioni tra stati temporali differenti all'interno del progetto d’architettura. Attraverso queste correlazioni, la narrazione progettuale riesce ad attribuire senso all’esperienza passata, presente e futura, lavorando contemporaneamente su tre dimensioni diverse (reale, simbolica e patemica). Ricorrendo al modello proposto da Ferraro (2015) è possibile descrivere questo movimento narrativo che, in ambito progettuale, è prodotto dall’associazione di istanze ed entità (umane e non) con cui il progetto è chiamato a confrontarsi per poter essere sviluppato (Armando & Durbiano 2017). La necessità di aumentare il numero di tali entità ed istanze produce riconfigurazioni nel sistema di relazioni; ciò porta, oltre che a variazioni sul piano della configurazione spaziale, anche ad alterazioni sul piano del senso del progetto. Attraverso relazioni non solo dirette, ma anche differenziali (Saussure 1916, Levy-Strauss 1960), il senso del progetto si configura come un costrutto sociale prodotto dinamicamente in risposta agli stimoli provenienti dall’esterno. In questa prospettiva, i valori richiamati da un progetto non possono più essere concepiti come il prodotto autoriale della visione dell’architetto, né tantomeno possono essere fatti risiedere nella materialità dello spazio costruito. Devono essere invece considerati come il risultato di attente scelte strategiche sul piano comunicativo scaturite dalla definizione di programmi narrativi (Greimas 1966), ossia di realtà soggettive e orientate al futuro in cui eventi, attori ed entità acquistano senso e, con loro, il progetto. Usando i programmi narrativi come dispositivi di interpretazione e codificazione del mondo, l’architetto tenta di superare prove di tipo associativo attraverso cui viene prodotto il senso del progetto con processi semiotici che assegnano arbitrariamente valori simbolici alla materia che il progetto vuole utilizzare o trasformare. Descrivendo tali prove secondo il modello narrativo di Bremond (1977) è possibile osservare come, anche laddove un programma narrativo fallisca nel superamento di una prova, si producano relazioni differenziali capaci di alterare la configurazione del sistema di associazioni e, di conseguenza, anche il senso che viene attribuito al progetto. Tali relazioni partecipano attivamente alla produzione di nuovi programmi narrativi che tentano di superare la prova fallita, o quelle successive. Questo meccanismo è rintracciabile nelle costruzioni narrative più comuni in ambito progettuale che, nella sequenza “difficoltà da risolvere - percorso di soluzione”, ricalcano la costruzione narrativa “topic - focus”. Questa analogia permette di evidenziare una scansione di tre tempi logici: il progetto e il progettista (I) narrano il passato attraverso costrutti linguistici che attribuiscono senso ad una rete di relazioni tra eventi ed entità; (II) descrivono il futuro attraverso costrutti linguistici non argomentabili (le promesse) capaci di produrre quelle che Greimas (1966) chiama narrazioni virtuali, che raccontano come eventi ed entità potrebbero essere connessi assieme; (III) argomentano il presente sulla base della soluzione proposta, definendo un contatto tra gli altri due tempi e tentando di dimostrare la bontà del progetto nel rispondere al problema definito precedentemente, in maniera più o meno arbitraria, dallo stesso progettista. In questi termini il progetto assume i connotati di un oggetto transizionale (Winnicott 1971), ossia di un’entità che esiste nel mondo in maniera oggettiva, ma che al tempo stesso è dotata di un senso che le è attribuito in maniera soggettiva da una collettività più o meno estesa.
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