Si è abituati a interpretare l’architettura come espressione artistica o come immagine di un regime. Ancor più nel Novecento queste due chiavi di lettura hanno condizionato architetti e storici, e persino l’opinione pubblica. Eppure, forse non è un caso, l’architettura e la città raramente rientrano tra i parametri di riferimento quando si tenta di trarre un bilancio di questo straordinario secolo, cercando di individuarne caratteri, scansioni, inizio e fine. Ribaltando la prospettiva, Carlo Olmo, una delle voci più autorevoli in materia, propone al lettore di seguire in queste pagine il significato assunto dall’architettura nel definire i contorni, fisici e giuridici, del mondo in cui viviamo, i diritti che lo costruiscono, il limite, davvero mobile, tra pubblico e privato. Ma propone anche di interrogarsi su una professione che nel Novecento ha goduto di una singolare parabola tecnica e artistica, che ha costruito e difeso un’idea di modernità quanto mai elitaria e insieme dichiaratamente etica, e che ha avuto con l’autorità un rapporto del tutto specifico, ben al di là delle retoriche sui regimi. Ne sortisce un libro che vuol essere uno strumento per capire come persino il tempo e la sua scansione costituiscano nel Novecento una chiave per affermare identità, per costruire mercati immateriali, oltre che immobiliari, e legittimare pratiche – sino all’ultima follia di considerare il tempo della crescita immobiliare senza termine e senza riscontro con i valori patrimoniali che un’architettura incorpora e rappresenta.

Architettura e Novecento : diritti, conflitti, valori / Olmo, Carlo. - STAMPA. - (2010).

Architettura e Novecento : diritti, conflitti, valori

OLMO, Carlo
2010

Abstract

Si è abituati a interpretare l’architettura come espressione artistica o come immagine di un regime. Ancor più nel Novecento queste due chiavi di lettura hanno condizionato architetti e storici, e persino l’opinione pubblica. Eppure, forse non è un caso, l’architettura e la città raramente rientrano tra i parametri di riferimento quando si tenta di trarre un bilancio di questo straordinario secolo, cercando di individuarne caratteri, scansioni, inizio e fine. Ribaltando la prospettiva, Carlo Olmo, una delle voci più autorevoli in materia, propone al lettore di seguire in queste pagine il significato assunto dall’architettura nel definire i contorni, fisici e giuridici, del mondo in cui viviamo, i diritti che lo costruiscono, il limite, davvero mobile, tra pubblico e privato. Ma propone anche di interrogarsi su una professione che nel Novecento ha goduto di una singolare parabola tecnica e artistica, che ha costruito e difeso un’idea di modernità quanto mai elitaria e insieme dichiaratamente etica, e che ha avuto con l’autorità un rapporto del tutto specifico, ben al di là delle retoriche sui regimi. Ne sortisce un libro che vuol essere uno strumento per capire come persino il tempo e la sua scansione costituiscano nel Novecento una chiave per affermare identità, per costruire mercati immateriali, oltre che immobiliari, e legittimare pratiche – sino all’ultima follia di considerare il tempo della crescita immobiliare senza termine e senza riscontro con i valori patrimoniali che un’architettura incorpora e rappresenta.
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