Recensione della mostra "Anselm Kiefer. I sette Palazzi Celesti", Milano, Hangar Bicocca, 24 settembre - 7 dicembre 2004. I sette palazzi celesti è la mostra inaugurale di un nuovo spazio milanese dedicato all’arte contemporanea: un luogo misterioso, ai confini della città, un enorme hangar metallico sospeso nel tempo. È un vero viaggio iniziatico quello che la scelta localizzativa dell’esposizione impone alla scoperta della periferia industriale di Milano: e già per questo si stabilisce un rapporto, forse non programmato, ma inevitabile, tra il contenitore architettonico e il contenuto artistico. Ma la relazione è ancora più profonda: dentro l’hangar ci sono sette “torri”, architetture nell’architettura. Da lontano potrebbero sembrare gigantesche colonne doriche: massicce, scanalate, sommariamente finite. C’è qualcosa di arcaico, di mitico, in questa rozza tettonica, ma anche di immediatamente attuale: in questo equilibrio precario che Kiefer mette in scena possiamo riconoscere un cantiere aperto, una città in rovina, il preludio di un grattacielo o una baraccopoli in verticale.

Scultura e architettura / Malcovati, Silvia. - In: AL. - ISSN 1825-8182. - STAMPA. - 12:(2004), pp. 42-42.

Scultura e architettura.

MALCOVATI, SILVIA
2004

Abstract

Recensione della mostra "Anselm Kiefer. I sette Palazzi Celesti", Milano, Hangar Bicocca, 24 settembre - 7 dicembre 2004. I sette palazzi celesti è la mostra inaugurale di un nuovo spazio milanese dedicato all’arte contemporanea: un luogo misterioso, ai confini della città, un enorme hangar metallico sospeso nel tempo. È un vero viaggio iniziatico quello che la scelta localizzativa dell’esposizione impone alla scoperta della periferia industriale di Milano: e già per questo si stabilisce un rapporto, forse non programmato, ma inevitabile, tra il contenitore architettonico e il contenuto artistico. Ma la relazione è ancora più profonda: dentro l’hangar ci sono sette “torri”, architetture nell’architettura. Da lontano potrebbero sembrare gigantesche colonne doriche: massicce, scanalate, sommariamente finite. C’è qualcosa di arcaico, di mitico, in questa rozza tettonica, ma anche di immediatamente attuale: in questo equilibrio precario che Kiefer mette in scena possiamo riconoscere un cantiere aperto, una città in rovina, il preludio di un grattacielo o una baraccopoli in verticale.
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