Benjamin Disraeli, Primo Ministro inglese, a metà ‘800 scriveva «le città che rimangono nella memoria sono quelle che concretizzano un’idea». I suoi archetipi erano Roma, Gerusalemme, Atene. Lo scriveva, forse con rammarico, in un’epoca in cui le città stavano mutando: espandendosi rapidamente, sotto la spinta dell’industrializzazione. La rivoluzione industriale ha cambiato l’aggregazione funzionale e culturale delle città storiche, verso una specializzazione delle funzioni: aree industriali, residenziali, commerciali. Con l’aumentare della mobilità individuale, inizialmente con il treno e poi con l’automobile, abitanti ed attività sono andati in cerca di nuovi spazi per abitare e lavorare. Oggi anche città medio-piccole, non solo le megalopoli, sono conurbazioni estese, costituite da cluster di aree, identificabili per la loro specializzazione funzionale, connesse tra loro da reti di comunicazione. La transizione dalla città compatta alla città reticolare (o multipolare) pone nuove sfide agli studiosi e ai decisori. Il capitolo considera dei contributi delle discipline della complessità allo studio del divenire della forma urbana: le metodologie e strumenti che orientano lo studio delle trasformazioni come interazioni non lineari tra molteplici componenti e funzioni urbane e tra una pluralità di attori, latori di una varietà ed eterogeneità di fini. Laddove proprio queste molteplicità e pluralità hanno fatto emergere le problematicità negli strumenti usuali di progettazione e pianificazione di area vasta. Il capitolo conclude considerando l’innovazione che le scienze della complessità possono portare nelle pratiche di progetto e di programma, analizzando i modi in cui possono modificarsi le traiettorie di sviluppo di aree estese, al fine di orientare le azioni di progetto delle trasformazioni territoriali in maniera coerente rispetto a obiettivi e intenzionalità locali e generali. Questi strumenti non perseguono nuove razionalità nella progettazione e decisionalità nella formazione dei piani della città, piuttosto permettono di verificare scostamenti e contraddizioni e quindi possono innescare processi di apprendimento allargato all’insieme dei soggetti coinvolti.

La complessità del territorio / CANEPARO L.. - STAMPA. - (2005), pp. 64-67.

La complessità del territorio

CANEPARO, LUCA
2005

Abstract

Benjamin Disraeli, Primo Ministro inglese, a metà ‘800 scriveva «le città che rimangono nella memoria sono quelle che concretizzano un’idea». I suoi archetipi erano Roma, Gerusalemme, Atene. Lo scriveva, forse con rammarico, in un’epoca in cui le città stavano mutando: espandendosi rapidamente, sotto la spinta dell’industrializzazione. La rivoluzione industriale ha cambiato l’aggregazione funzionale e culturale delle città storiche, verso una specializzazione delle funzioni: aree industriali, residenziali, commerciali. Con l’aumentare della mobilità individuale, inizialmente con il treno e poi con l’automobile, abitanti ed attività sono andati in cerca di nuovi spazi per abitare e lavorare. Oggi anche città medio-piccole, non solo le megalopoli, sono conurbazioni estese, costituite da cluster di aree, identificabili per la loro specializzazione funzionale, connesse tra loro da reti di comunicazione. La transizione dalla città compatta alla città reticolare (o multipolare) pone nuove sfide agli studiosi e ai decisori. Il capitolo considera dei contributi delle discipline della complessità allo studio del divenire della forma urbana: le metodologie e strumenti che orientano lo studio delle trasformazioni come interazioni non lineari tra molteplici componenti e funzioni urbane e tra una pluralità di attori, latori di una varietà ed eterogeneità di fini. Laddove proprio queste molteplicità e pluralità hanno fatto emergere le problematicità negli strumenti usuali di progettazione e pianificazione di area vasta. Il capitolo conclude considerando l’innovazione che le scienze della complessità possono portare nelle pratiche di progetto e di programma, analizzando i modi in cui possono modificarsi le traiettorie di sviluppo di aree estese, al fine di orientare le azioni di progetto delle trasformazioni territoriali in maniera coerente rispetto a obiettivi e intenzionalità locali e generali. Questi strumenti non perseguono nuove razionalità nella progettazione e decisionalità nella formazione dei piani della città, piuttosto permettono di verificare scostamenti e contraddizioni e quindi possono innescare processi di apprendimento allargato all’insieme dei soggetti coinvolti.
8881259125
Nuovi paesaggi piemontesi
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